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Luigi Cinque

Non so perché questo disco mi eccita ricordi su ricordi. Anzi lo so… perché la musica di Estremo Occidente è semplice come le cose belle ma stratificata… ci sono odori e sapori lontani e vicini che giocano all’orientale… maschere dietro maschere… e allora? da dove cominciare? … non so potrei cominciare dicendo che conosco Vittorio dai lontani settanta… ventenni accarezzammo diverse albe lassù a casa sua ai Castelli, con i bambini che dormivano, a scrivere testi e ci esaltavamo persino quando, raramente, trovavamo la cifra poetica tipo, per esempio: la strada ci dava le canzoni , o qualcosa del genere. Ma potrei invece cominciare dalle prove del Banco durante una mia breve collaborazione, fine anni setanta, quando gestiva con la leggerezza e sapienza di un uccello migratore (ma anche con l’autorità di un orsone nevrotico e troppo sicuro) ritmi dispari complicatissimi che le mie povere mani stentavano a tenere per più di dieci battute. Mi convinsi che dovevo studiare un sacco se volevo fare uno straccio di musica. La sua mano sinistra bastonava ch’era un piacere (e una amorevole invidia) e lui ci strapazzava tutti a tempo che sembrava uno di quei sergenti del cazzo di Full Metal jacket di Kubrick. Lui e il fratello Gianni erano davvero due autorità incontrastate del progressive di allora. E non c’erano milanesi che tenevano, parliamoci chiaro. Io, in un mese di prove (e di frustrazioni) imparai di più che in due anni di Conservatorio e ci misi pure qualche nota e qualche effetto in quel bel disco che era Canto di Primavera.
No… forse comincio da più vicino… quando già grandicelli, diciamocelo, facemmo una tournè in Kenia. 2004, Concerto a Nairobi. Eravamo ospiti di uno straordinario direttore di cultura italiano giocoliere… si! … che in cucina si scambiava sette otto bicchieri contemporaneamente con una sua donna di servizio che assomigliava ad Olivia di Bracciodiferro solo tutta nera e sembrava di stare al Cirque du Soleil invece eravamo in una bella casa coloniale nelle montagne d’Africa e poi, dopo tre giorni di prove, in scena con artisti del posto in un concerto di assoluta postcontaminazione. Ci siamo divertiti. C’era l’africa tribale, il blues nero, Bach e Monteverdi, Davis e la Taranta, tutto shakerato per bene e sostenuto armoritmicamente dalla mano sinistra di Balù. Una sicurezza. Già, dimenticavo, perché io Vittorio lo chiamo Balù come quell’orso simpatico e musicalissimo del Libro della Giungla… ti baastan poooche briiiciole, lo stretto indispensabile etc. etc. etc. No, invece Balù nostro, è stato spesso meno scanzonato di “ti baaastan poche briiciole”, meno di quanto avrebbe dovuto e voluto, forse. Assillato da un dovere imprenditoriale che non è solo la musica ( e i soldi derivati ) ma da un destino della cultura in un paese che da trent’anni è devastato dalla sua stessa anima nerognola, piccola, poco, pochissimo interessata a un suono, un verso, un gesto, un contrappunto, uno sguardo, un po’ di democrazia vera, un po’ di felicità meno velinara,un po’ d’amore. Il tutto con i suoi giornali con le sue televisioni i suoi talk show la sua sinistretta emofiliaca e infelice anch’essa dentro fino al collo ai conflitti di interesse… ma lasciamo perdere. Allora Balù si è anche fatto una dovere morale di etica e finalità dell’esistere di un musicista maturo. E tira fuori dal cilindro la formazione dei giovani e per questo l’ ho rivisto anche invischiato in pastoie politico burocratiche complesse… perché questo paese ti rende difficile il compito di etichetta indipendente, lo sappiamo, di progettazione… di realizzazione. C’è sempre un geometra o un ragioniere che tira il freno a mano mentre deve decidere qualche cazzo per te e non sa nemmeno di che cazzo si sta parlando. Ma Balù ce l’ha fatta… perché c’è anche l’altra anima - quella bella - in questo paese, coraggio… e si è messo a lavorare nelle scuole, tra i giovani, nella periferia parlando di musica rock ma anche di Leopardi e De Andrè, di Battiato e Rimbaud, di Sofocle e Jovanotti.

I ragazzi ascoltavano incantati perché finalmente uno di loro ma anche un loro mito parlava delle cose della scuola e queste diventavano interessanti e poi faceva suonare altri giovani come loro e meno giovani con il solito piglio di sergente del cazzo. Un paio di volte sono andato a sentire le sue lezioni. La situazione era davvero forte. Ma certo in tutto questo Balù suonava di meno e un musicista come lui con il suo orecchio assoluto non se lo poteva permettere. Questo si vedeva. Troppa compressione. Sono quindi felice di rivederlo in azione creativa ed esecutiva.
Oggi… al posto suo… al pianoforte.
Basta : rimetto ESTREMO OCCIDENTE qui nel mio portatile e lo riascolto. Esagramma uno. Certo c’è Jarret dentro. E’ persino troppo banale. Quella mano sinistra accordale/modale così come la melodia dolce che s’insinua in levare è un marchio… ed è anche il respiro di una generazione di strumentisti pianisti. Ma se la questione su questa linea risulta troppo semplificata cambiamo punto di vista.
L’accordo del primo esagramma è già una goccia tiepida di impressionismo. C’è Debussy. Debussy e Bartok in salsa progressive. Sono le iterazioni di arpeggi che si spostano continuamente dalla tonalità alla ipertonalità che fanno il modo centrale di sentire del novecento.
Vittorio/Balù in questo disco è un impressionista neoromantico con l’anima che non riesce (e non deve) uscire da quell’idea visione del mondo poetica nomade informata magica che era il progressive.
Ma lo stesso non potrebbero esserci quegli accordi senza Hindemith. O il jazz… lo stupore con cui il nero metropolitano scopre la letteratura pianistica europea. E la dolcezza ritmicamente feroce con cui la tratta. Sono proprio contento di sentire un disco forte. Ascoltabile. Ricco di melodie e contrappunti fioriti. Ricco di fissità orientali. Non potrebbero esserci quegli accordi senza una storia francese della canzone che poi si riflesse sui nostri cantautori. Vi ricordate Brassens. Non potrebbero esserci quegli accordi senza un leggero mai svelato richiamo all’avanguardia mai tuttavia espressionista e seriale… Balù non la ama. Ecco…ma cambiamo per finire ancora punto di vista. Mi sto godendo questo disco senza pensare troppo. Forse come dice lo stesso titolo è un lavoro così maturo da entrare nei tuoi pensieri senza disturbare. Come una meditazione possibile. Wu- wuang ti fa viaggiare. Lontananza vicinanza del suono. Nebbia chiarore pioggia città marciapiede gambe femminili Magritte il niente dietro l’ultima maschera. C’è il cinema dentro e c’è il suono che ti aspetti da Vittorio Nocenzi vent’anni dopo. Basta chiudo. Ma…sai come chiudo Victor?… dicendoti: vai avanti per questa via da solista che secondo me è quella in cui ora puoi dare di più e trovare una sintesi narrativa che serve davvero per chiudere l’esperienza di una generazione fortunata e di un capitolo di storia della musica.

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