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Gianfranco Salvatore

L’improvvisazione è un’impresa bellissima, quanto difficile e pericolosa.

Il particolare fascino dell’improvvisazione consiste nel fatto che vi regna una libertà, una facilità nel concatenamento delle idee, una spontaneità d’espressione che non si ritrovano nelle composizioni propriamente dette.

In quei momenti provo un entusiasmo soprannaturale, e sento che quel che si esprime dentro di me vale più di me stesso.-

Che il fascino dell’improvvisazione stia nella sua libertà, facilità, spontaneità, in misura sconosciuta alla composizione “classica”, non l’ha affermato un jazzista di oggi, ma Carl Czerny, allievo di Beethoven e maestro di Liszt, nel XIX secolo (L’art d’improviser, 1833). Che essa sia qualcosa di bellissimo, ma anche un’impresa ardua e rischiosa, non l’ha detto un musicista, ma un teorico della Commedia dell’arte, Andrea Perrucci, alla fine del Seicento (Dell’arte rappresentativa, premeditata e all’improvviso, 1699). E che l’improvvisazione possa essere un’esperienza mistica non ci viene garantito da John Coltrane o Ravi Shankar, ma dal personaggio di Corinne: l’ispiratissima creatrice di versi e poemi estemporanei con cui Madame de Staël, all’alba dell’era romantica, volle immortalare le figure vibranti di quei poeti improvvisatori che fin dal Settecento, in Italia, suscitavano emozione ed entusiasmo fra il pubblico e raccoglievano gloria in Campidoglio, incoronati d’alloro (Corinne, 1807). Tre diverse visioni dell’arte improvvisa, e in tre arti diverse, accomunate nel restituirci questa particolare forma di creazione tramite l’immagine di un’energia latente e indifferibile, qualcosa che sembre avere a che fare col destino. Per infondere tutt’e tre queste diverse visioni dell’improvvisazione, in un ciclo di nove composizioni, per giunta ispirate a un sistema di cifratura del destino, ci voleva uno fichissimo. D’altronde, che Vittorio Nocenzi fosse un gran fico (grande, grosso e succoso) l’ho sempre pensato, e chiunque lo vede. Ma che riuscisse ancora a stupirmi 35 anni dopo la nostra prima chiacchierata, e molta musica sua, mia, e di tanti altri ficoni belli grossi e succulenti, e passata sotto così tanti ponti e sopra così tante acque… Riconosco viva in lui la risonante tradizione pianistica, la lacrima e il lazzo delle maschere, il verso che gocciola lucido ed evanescente dal labbro umido, come nelle parole di quei maestri del nostro passato (musicale, teatrale, poetico) che i suoni di “Estremo Occidente” mi hanno riportato alla mente. Il lascito di una lunga tradizione di arte popolare, felice e “vittoriosa” su quel margine, sdruccioloso e sensuale, che sempre sta fra il meditato e l’estemporaneo.
La sua filosofia solida e giusta, di suonare e di vivere, fa compagnia.

Gianfranco Salvatore
28 ottobre 2009

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